TRAMA:
È opinione comune che la sindrome narcisistica della personalità rappresenti una degenerazione della psyché, così come sembrerebbe suggerire lo stesso mito di Narciso che si innamora del proprio riflesso e perde la vita proprio nel drammatico tentativo di raggiungersi. Ma un narcisista è davvero solo questo e non merita l’attenzione di chi, al contrario, è in grado di amare gli altri? L’“Apologia di Narciso” è una difesa dell’autoreferenzialità e vuole mostrare l’arcobaleno di emozioni con i quali una presunta narcisista è costretta a convivere. In bilico tra psicologia e mitologia, la protagonista ripercorre il dramma dei suoi amori frammentati, tutti importanti perché ciascuno è una parte di sé. La narrazione è ridotta al minimo e l’intera trama si dispiega nello spazio di un serrato dialogo, a dimostrazione di come la maieutica socratica, divenuta celebra grazie ai dialoghi platonici, possa rappresentare un espediente narrativo più che attuale e affatto obsoleto, efficace per sfogliare l’animo umano come un libro, tanto oggi quanto ieri.
LA MIA RECENSIONE:
Ho voluto leggere questo racconto perché mi ha colpito il titolo, “Apologia di Narciso” per l’appunto. Più che mai, in questa era moderna, si sente spesso parlare di narcisismo in quanto si tende ad attribuire con estrema facilità tale aggettivo a ogni individuo la cui autostima sembra essere più elevata rispetto a un concetto (errato) di ciò che si ritiene normale. Ci tengo a esprimere il mio parere personale nato più che altro da una ricerca che ho condotto per delineare il profilo psicologico della protagonista di un mio romanzo. Pertanto, ciò che andrò a esporre nulla ha a che fare con concetti definiti che possono essere espressi da persone competenti, quali psicologi, psichiatri e psicoanalisti. Ciò che ho appreso è che il narcisista, in genere, ha un’autostima bassa derivante da traumi o mancanze che hanno reso impossibile un corretto sviluppo del proprio “IO”. Di conseguenza, è un individuo senza empatia, senza amore verso il prossimo e neanche verso se stesso. Per questo, come il mito greco che più o meno tutti conosciamo, disprezza chi invece lo ama e si perde nel riflesso di un’immagine di sé che crea attraverso gli altri rimanendone però sempre (sempre!) illuso e purtroppo disincantato. In più, le “facce” del narcisista sono diverse, più o meno pericolose, in quanto si sfocia, in alcuni casi, verso il patologico. Silvia Ripà, in questo breve ma intenso racconto, ci mostra una donna consapevole del suo narcisismo secondario, sempre alla ricerca della persona perfetta in grado di colmare il suo bisogno sempre acceso di amore e attenzioni, quando poi è chiaro che disdegna chi la ama cercando invece relazioni disarmoniche dove trova il dolore necessario che preme sulle ferite della sua anima. Perché accade? Perché la ferita ha fame, in modo costante, il bisogno è sempre lì, nascosto, e mai si sazia. Il dialogo concitato che l’autrice ha creato denota tutto ciò. Dire che è stata brava è poco, di certo ha competenze tali da averle permesso di articolare con grande maestria un aspetto della personalità così complesso e al tempo stesso delicato. Mi è piaciuto tanto e anche se può sembrare una frase fatta, lo consiglio a tutti poiché non c’è individuo che non ha da fare i conti con i propri bisogni, al di là di una forma narcisistica che comunque, anche se non patologica, appartiene all’essere umano.
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